ELEONORA DE SIMONI
  • CHI SONO
  • Arte
  • ARTICOLI
  • CONTATTO

Busking

5/3/2019

 
Foto
L' energia creativa che offri ai passanti ti ritorna triplicata sottoforma di denaro, caffè caldo, dolcetti al burro, cioccolatini, danze e canti improvvisati, frasi gentili, racconti di vita, biglietti da visita, fotografie, sguardi complici, ma soprattutto tanti, tantissimi bellissimi sorrisi!
​#streetart #artecallejero #luoghinaturalidellarte

Che cos' è la musica?

15/10/2018

 

Le Ninfe nutrirono il bambino con il miele, lo posero in un lìknon (cesta per cereali), lo avvolsero in una pelle di animale (nebrìs) e gli posero attorno del fogliame. Poi, affinché nessuno lo udisse piangere, eseguirono una danza intorno a tale culla. Alcune iniziarono a suonare degli strumenti musicali, fecero crepitare i crotali, percossero i timpani, altre si mossero levando in alto fiaccole accese. Infine modularono un grido speciale: ‘‘evoè’’ che resterà per sempre il grido rituale delle Baccanti, creando il primo dithỳrambos.

‘’In uno scrigno in legno d’abete deposero il divino fanciullo, lo avvolsero nelle nebridi e lo inghirlandarono di grappoli, all’interno d’una grotta, e intorno al fanciullo eseguirono la danza misterica; percotevano i tamburi e facevano risuonare con le mani i cembali, schermo ai vagiti del bimbo, e allora, per la prima volta si introdussero
i sacri riti celebrati attorno all’arca tenuta nascosta; e insieme a loro
le donne Aonidi si dedicarono segretamente ai riti iniziatici.
Dal monte la schiera delle loro fedeli compagne
sollecitavano perché si spingesse fuori dalla terra beota.
La terra, prima non ancora addomesticata,
stava per dare vita alle piante per opera di Dioniso che libera dalle pene. Esse, riunite in sacro coro, sollevarono l’ineffabile scrigno,
lo coronarono di ghirlande e lo posero sul dorso dell’asino. ,,

Oppiano di Apamea, L’arte della caccia, III sec. d.C.

I disegni dei pazienti di Jung al Museum im Lagerhaus

5/7/2018

 
Non andavo ad un’ esposizione di pittura da moltissimo tempo. Un po’ perché saturata, anestetizzata e nauseata dal troppo ''guardare -e fare- pittura'' e un po’ perché stanca di guardare opere completamente decontestualizzate e lontanissime dall’ esperienza creativa che le ha generate. Da anni ormai, quando, con la massima buona fede, qualcuno mi chiede: ''Eleo, andiamo a vedere la mostra di … (un nome a caso, iper-storicizzato/iper-feticizzato o sepolto tra le lattine di birra da 20 centesimi vuote dell’ ultimo dei centri sociali) entro in uno stato di intorpidimento, di sonno, di trance, di annebbiamento, di pigrizia cosmica, di morte dell’ entusiasmo, di voglia di usare gli ultimi residui energetici per scappare lontano e andare a suonare la fisarmonica.
Ci ho provato ancora qualche volta, ma era diventato un po’ come osservare involucri vuoti, un tempo abitati -per alcuni istanti- da freschissima e gloriosa zoé ed ora ridotti a corpi morti appesi a un muro, feticci esauriti e vagamente patetici sui quali riversare le proprie proiezioni o -peggio- attraverso i quali raccogliere le proiezioni del curatore, del critico, dello storico, del commerciante di turno, facendole -per pigrizia soprattutto- proprie. 
Esperienze degne e legittime per chi ne abbia necessità, ma che per me, in questo momento sanno troppo di ‘’forma’’, di attaccamento, di passato-e-futro, di anti ‘’hic et nunc’’, di stasi, di ego, di loop auto-contemplativo, di prigione, di sonno.
Questa esposizione è stata completamente diversa. Lo scorso anno ho visitato lo studio di Küsnacht nel quale Jung riceveva i suoi pazienti e quest’ anno ho potuto vedere le immagini che lì dentro -e dentro la relazione analista-paziente- hanno preso forma: immagini fisiche che raccontano delle ‘’immagini vere’’. 
Andarci è stata un’ urgenza. Una gioia. Ci sono andata con la mia famiglia: era prezioso per me raccogliere le impressioni semplici e senza pregiudizio dei bambini e quelle appartenenti ad un altro universo di mio marito.
Mi sono relazionata a questi dipinti dopo una lunga meditazione. Non ho letto nulla a proposito dell’ esposizione (anche perché era tutto in tedesco, lingua -per me/per ora- appartenente alla testa e non al cuore). Ho cercato -per quanto possibile- di lasciare fuori dal Lagerhaus tutte le mie aspettative, tutti i miei pregiudizi, tutte le mie idee, tutte le nozioni che ho accumulato in modo a volte ossessivo. Ho cercato di entrare ben radicata e ben centrata, in modo che la relazione con ogni manufatto fosse della qualità più semplice e sottile possibile. Vi erano dipinti di vario genere: alcuni iper-difesi, tecnicamente sorprendenti o accompagnati da testi e frasi tipicamente Junghiane che sembravano appartenere a pazienti colti, forse un po’ ‘’fan’’, e in fase di inflazione analitica.
Altri, invece, parlavano direttamente all’ anima, nella sua lingua madre che è il silenzio. 
Come minuscoli buchi neri ti inghiottivano, ti portavano per alcuni brevissimi istanti in ''quell' altrove'', ti mostravano alcune tessere dell’ immenso mosaico dell’ inenarrabile, il ''fiume di sotto'', quello che a volte irrompe -dolcemente, se siamo fortunati- e incrina la superficie del sistema di pseudo-certezze al quale viviamo disperatamente aggrappati, rivelandoci un rapido riflesso della remota luce del numinoso. 
Gli ultimi 20 minuti sono rimasta completamente sola nel museo. Immersa nel silenzio, in quelle immagini intime e generose, conservate con una cura sorprendente, che galleggiavano in una luce dorata e surreale mischiata al profumo e al suono del legno che cedeva sotto ogni passo. Mi sono sentita un po’ immagine, un po' umano, un po' analizzanda, un po’ analista, un po’ ‘’voyeur’’, un po’ sorella -in senso cristiano-, un po’ tutte queste cose insieme simultaneamente. Un’ esperienza ricca di Senso! Ci sono ancora 3 giorni di tempo per visitarla.
<<Precedente
Inoltra>>

    Eleonora De Simoni
    Foto

  • CHI SONO
  • Arte
  • ARTICOLI
  • CONTATTO