ELEONORA DE SIMONI
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La maschera: sono io, tuttavia รจ un altro

14/4/2026

 
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La maschera consente di nascondere o modificare il volto, la parte più identificativa e unica di noi, quella che ci rende immediatamente riconoscibili.
Ma ha soprattutto il potere di attivare una trasformazione interiore, oltre che esteriore, in chi la indossa.
Sospende temporaneamente l’immagine identitaria attraverso cui ci definiamo, ci presentiamo al mondo e veniamo riconosciuti, aprendo uno spazio in cui è possibile accedere, anche solo per un tempo limitato, a una forma altra di sé, a un’identità differente, pur restando noi.
Fin dall’antichità, la maschera è stata uno strumento privilegiato per entrare in relazione con dimensioni che trascendono l’individuale e l’umano: dèi, demoni, antenati, spiriti archetipici. Nei rituali religiosi, nei contesti bellici, nelle feste pagane e nelle rappresentazioni teatrali, il travestimento permette di partecipare attivamente a queste forze, di incarnarle e, in certa misura, di metterle al servizio dell’individuo o della comunità.
Allo stesso tempo, la maschera neutralizza la riconoscibilità personale e protegge l’immagine sociale. Consente di agire al di fuori dei confini del socialmente e moralmente accettabile senza compromettere la propria reputazione o la propria libertà: pensiamo, per esempio, al cappuccio del boia o degli adepti di società segrete, alla moretta veneziana o al passamontagna indossato durante pratiche sovversive o stigmatizzate. In questi casi, la maschera funziona come un dispositivo di mediazione tra bisogno individuale e norme collettive, tra ciò che si vuole fare e ciò che può essere accettato.
Se imposta dall’esterno, tuttavia, la maschera può assumere una funzione opposta: diventa strumento di umiliazione. Costringere qualcuno a indossarla significa deformare e ridicolizzare la sua identità ed esporla al giudizio pubblico. Esempi emblematici sono la Schandemaske (la “maschera della vergogna”) o il cappello con le orecchie d’asino. Al contrario, smascherare qualcuno significa sottrarre questa copertura, rivelando ciò che era nascosto: l’inganno, la finzione, la dissonanza tra apparenza e realtà.
Indossare una maschera, sia essa materiale, digitale o simbolica, implica sempre, a un livello più o meno consapevole, il desiderio o il bisogno di essere altro da sé. Può diventare uno scudo che protegge la vulnerabilità, oppure uno strumento che amplifica e rappresenta aspetti interiori desiderati, assenti o ancora poco sviluppati. In questo senso, la maschera è un ponte: tra interno ed esterno, tra ciò che siamo e ciò che desideriamo essere, tra l’immagine che abbiamo di noi e quella che vogliamo offrire agli altri.
Non è un caso che il termine latino persona indicasse originariamente la maschera teatrale. Nell’antica Grecia, queste maschere avevano la funzione di amplificare la voce e di enfatizzare i tratti del volto, rendendo il personaggio riconoscibile anche a distanza (per-sonare: “suonare attraverso”). Un’altra teoria etimologica fa risalire il termine all’etrusco Phersu, figura mascherata presente in diverse pitture funerarie.
Il termine “personalità”, quindi, deriva almeno etimologicamente da un dispositivo di rappresentazione per un pubblico, da qualcosa che mette in relazione il sé con gli altri.
La maschera può essere intesa come un’interfaccia, un confine, un ponte necessario tra il mondo interiore e quello esterno: un dispositivo che permette di vivere nella società in modo funzionale, interpretare ruoli diversi, quindi amplificare e diversificare l'espressione di sé e proteggere le parti più intime e vulnerabili.
A una maschera (forma visibile) corrisponde un personaggio (identità rappresentata), a un personaggio un ruolo (funzione sociale), a un ruolo un copione (schema comportamentale).
Non tutte le maschere vengono scelte consapevolmente. Alcune si formano molto presto, quando impariamo che, per essere accettati e amati, dobbiamo adattarci alle richieste e alle aspettative dell’ambiente (o alle nostre interpretazioni di queste ultime). In questo senso, la maschera è una co-creazione tra individuo e contesto: qualcosa che scegliamo, ma che allo stesso tempo ci viene suggerito o imposto.
È un processo naturale, necessario e funzionale di adattamento. Ma quando diventa eccessivo, il rischio è perdere il contatto con il proprio volto autentico, con i propri bisogni, i propri limiti, e iniziare a vivere attraverso uno o più personaggi.
Col tempo, questa forma di adattamento può diventare così raffinata da confondersi con la nostra identità. Non si tratta più di indossare una maschera, ma di identificarsi con essa, fino a diventarne dipendenti, a discapito di una vita libera, autonoma e consapevole.Nel caso di persone altamente sensibili o ad alto potenziale cognitivo, in alcuni contesti si parla di mimetismo: la tendenza a confondersi con l’ambiente, anche a costo di esercitare su di sé una forma di censura, talvolta vissuta come una violenza, per sentirsi parte di un gruppo, per non attirare l’attenzione e proteggersi dalla propria diversità: per non restare soli.
Questo processo presenta analogie con il masking (letteralmente: mascheramento) nello spettro autistico cosiddetto “ad alto funzionamento”: una strategia di sopravvivenza sociale che prevede la costruzione di un sé più "accettabile" attraverso l’imitazione di comportamenti neurotipici, spesso controintuitivi, per evitare esclusione e giudizio.
Mimetizzarsi, imitare, mascherarsi, rinunciare a un agire spontaneo sono attività che richiedono un enorme dispendio energetico, fisico e psichico, e che spesso lasciano la persona profondamente esausta.
La buona notizia è che queste maschere, quando iniziano a stare troppo strette, possono essere allentate, trasformate, ri-decise e cambiate. Non necessariamente eliminate, ma rese più flessibili, così da recuperare spazio, respiro e autenticità, mantenendo al tempo stesso la loro funzione protettiva e adattativa.

Dipingere le proprie radici

3/7/2025

 
(Riproduzioni autorizzate dagli autori)
''Ho iniziato a  dipingere le mie radici, ma al loro posto è comparso un gruppo di uomini-elefante. Non c'era nessuna radice e  gli uomini elefante hanno iniziato ad aiutarmi a cercarle.
Io potevo solo stare a guardare. Gli uomini elefante  non hanno trovato che un fragile, piccolo, pallido seme semi-germogliato.  
​Impietositi e concitati  si sono messi a rianimarlo. Grazie al massaggio cardiaco degli uomini-elefante le radici hanno iniziato a crescere forti e potenti, arrivando fino in Africa e poi fino al centro della terra! Da lì mai nessuno è riuscito a staccare una radice!
''
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''C´erano delle macchie e le ho trasformate in un piccolo albero. Gli ho aggiunto il cielo e la terra. Nel cielo c' era già una macchia gialla che sembrava il sole. L' albero però era troppo piccolo e debole... denutrito, così gli ho aggiunto delle radici fitte e profonde... tra qualche mese diventerà grande forte e bellissimo.'' 
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''Le radici andavano dappertutto tranne che sotto terra (le radici devono stare sotto terra altrimenti muoiono). Ho dovuto soffiare fino a star male per farle arrivare almeno fino ai bordi e alcune non sono riuscite ad attaccarsi.''
''Sono radici senza niente sopra, cresciute in cattività e in troppo poco spazio. Le ho tolte dalla campana di vetro le ho aperte un po'. Sarà meglio metterle in un po' di terra e dare loro un po´di acqua prima che sia troppo tardi.''
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''ho dipinto delle belle radici forti e rosse, poi un un tronco e dei bei rami fitti, poi il fogliame verde e rigoglioso, perché è così che dovrebbero crescere ogni albero: ricevendo la massima cura per ciò che sta sotto la terra, ciò che sta sopra e ciò che sta in cielo.''
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''Sembrano radici che sanguinano, radici di alberi adulti sradicati che difficilmente attecchiranno in un nuovo terreno''
​​" Qualunque cosa tu abbia da dire, lascia le radici attaccate e falle penzolare con il terriccio, giusto per chiarire da dove sono venute"
 

Was immer du zu sagen hast, laß die Wurzeln dran, laß sie hängen. Mitsamt der Erde, um klarzumachen, woher sie kommen.“


(C. Olson zitiert nach Dhority und Hartkemeyer, S.91)

Docufilm sull'Art Brut: terza tappa

24/6/2025

 
Terza tappa del nostro viaggio nel mondo dell'Art Brut, questa volta a Zurigo.
Intervista e riflessioni sul rapporto tra psichiatria e arte, sull’importanza dello sguardo e del piacere, con
Giorgio Bedoni.
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